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Quando l’uomo si accorge dell’inumano
SMART CITIESMISSION
Alessandro Ghisalberti
5/4/20261 min leggere
Cosa succede dentro di noi quando vediamo un gesto disumano?
Non quando lo studiamo.
Non quando lo commentiamo.
Quando lo vediamo davvero.
Succede qualcosa di più semplice e più difficile insieme:
ci fermiamo.
Negli ultimi mesi, tra televisione, social e racconti quotidiani, la parola inumano è tornata spesso.
Usata, discussa, a volte consumata.
Ma l’inumano non è una parola.
È un’esperienza.
È quel momento preciso in cui qualcosa dentro di noi dice:
“Questo no.”
Nel mio lavoro mi capita di incontrarlo in forme diverse.
Non sempre nei grandi fatti che fanno notizia.
Spesso nelle piccole fratture quotidiane.
Uno sguardo che ignora.
Una parola che schiaccia.
Una decisione presa senza vedere davvero l’altro.
E ogni volta la domanda è la stessa:
cosa facciamo quando ce ne accorgiamo?
Perché il punto non è riconoscere l’inumano.
Quello, in fondo, siamo ancora capaci di farlo.
Il punto è cosa succede dopo.
C’è chi si difende:
“È il mondo che va così.”
C’è chi si abitua:
“Non ci posso fare niente.”
C’è chi reagisce subito, ma senza direzione, trasformando l’indignazione in rabbia.
E poi c’è un’altra possibilità, più lenta, meno visibile.
Fermarsi.
Riconoscere.
Dare un nome.
Dire dentro di sé:
“Questa cosa mi riguarda.”
Perché ogni volta che vediamo qualcosa di disumano, non siamo spettatori neutrali.
Siamo coinvolti.
Non nel fatto in sé, ma nella possibilità di scegliere come stare dentro quel fatto.
Restare indifferenti.
Oppure restare umani.
Restare umani non è un’idea alta.
Non è una posizione morale.
È qualcosa di molto concreto.
È quando non distogli lo sguardo.
È quando non riduci l’altro a un’etichetta.
È quando, anche nel limite, provi a non perdere il contatto.
Nel mio lavoro ho imparato che l’umano non si difende con grandi discorsi.
Si difende nei piccoli gesti.
Nel modo in cui ascolti.
Nel tempo che dai.
Nel fatto che non trasformi subito l’altro in un problema da risolvere.
Forse è questo il punto.
L’inumano non nasce all’improvviso.
Cresce quando smettiamo di accorgerci.
E allora accorgersi diventa già un atto.
Un atto semplice.
Ma decisivo.
Perché ogni volta che ti accorgi davvero, hai ancora una possibilità:
non diventare ciò che stai guardando.

