La Chiesa che verrà non puo' solo attendere

Meno presbiteri e comunità che cambiano chiedono una scelta: custodire l’essenziale e dare forme nuove alla missione. Non attendere, ma discernere insieme come abitare oggi i territori, le relazioni e i bisogni reali.

MISSIONCOUNSELLING PASTORALE

Alessandro Ghisalberti

5/6/20263 min leggere

C’è una domanda che oggi attraversa molte comunità cristiane, anche quando non viene detta ad alta voce: quale forma prenderà la Chiesa nei prossimi anni?

Non è una domanda di nostalgia.
Non nasce dal rimpianto di ciò che c’era prima.

Nasce da un dato reale: diminuiscono le forze pastorali, cambiano le comunità, molte strutture ecclesiali non sono più abitate come un tempo, mentre aumentano le fragilità sociali e il bisogno di prossimità. La stessa Chiesa italiana, nel Cammino sinodale, riconosce il calo della partecipazione, la fatica nella gestione degli impegni pastorali e le nuove povertà che interpellano le comunità.

Il punto, allora, non è semplicemente chiedersi come “resistere”.

Il punto è chiedersi come discernere.

Perché una comunità cristiana non vive soltanto conservando ciò che ha ricevuto. Vive quando riesce a custodire l’essenziale e, nello stesso tempo, a dare forme nuove alla missione.

La diminuzione dei presbiteri non è un dettaglio organizzativo. È un segno dei tempi. In Italia il numero dei sacerdoti è sceso in modo significativo negli ultimi decenni: secondo dati CEI riportati nel 2021, erano 38.209 nel 1990 e 31.793 nel 2020.

Ma questo dato non va letto solo come mancanza.

Può diventare anche una domanda spirituale e pastorale: quale Chiesa siamo chiamati a generare quando non è più possibile sostenere tutto come prima?

Forse il tempo che viviamo ci chiede di passare da una pastorale centrata sulla sola gestione a una pastorale capace di scelta.

Non tutto potrà restare uguale.
Non tutto dovrà essere mantenuto nello stesso modo.
Non ogni struttura potrà continuare ad avere la destinazione che aveva in passato.

Eppure nulla va liquidato in fretta.

Le strutture ecclesiali non sono semplici edifici. Portano memoria, storia, fede, appartenenza. Ma proprio per questo chiedono responsabilità. Le linee guida sul riuso ecclesiale dei luoghi di culto ricordano che il tema della dismissione e del riuso è oggi legato anche alla secolarizzazione avanzata e va affrontato con discernimento comunitario, non come pura operazione tecnica.

Qui si apre una questione decisiva.

Una casa canonica vuota, un oratorio poco abitato, una sala parrocchiale usata raramente, un edificio ecclesiale non più sostenibile: sono soltanto segni di perdita oppure possono diventare luoghi nuovi di prossimità?

Possono diventare spazi di ascolto.
Luoghi educativi.
Presidi di comunità.
Case per fragilità leggere.
Centri di incontro tra generazioni.
Spazi di welfare comunitario.

Non per trasformare la Chiesa in un servizio sociale.

Ma per ricordare che l’annuncio cristiano prende corpo anche nella cura, nell’ospitalità, nella relazione, nella capacità di stare accanto alle ferite reali delle persone.

La parrocchia, infatti, non è soltanto il luogo dove si conservano attività. È una presenza missionaria dentro un territorio. L’Istruzione vaticana sulla conversione pastorale della comunità parrocchiale parla esplicitamente della necessità di riorganizzare la vita pastorale alla luce dei cambiamenti sociali e culturali, mettendo la parrocchia al servizio della missione evangelizzatrice.

Questo significa che la domanda non può essere solo: “Come facciamo a mantenere ciò che abbiamo?”

La domanda più profonda è: “Che cosa oggi serve davvero alla missione?”

Serve ancora una liturgia viva.
Serve ancora la catechesi.
Serve ancora la cura della fede.
Serve ancora una comunità che prega.

Ma forse serve anche domandarsi quali forme siano ancora capaci di parlare alla vita reale delle persone.

Se ci sono meno bambini, meno giovani, meno partecipazione continuativa, non basta registrare il dato. Occorre ascoltarlo.

Forse non tutto è finito.
Forse alcune forme sono finite.
Forse alcuni linguaggi non arrivano più.
Forse alcune strutture non generano più comunità, ma solo manutenzione.

E allora il rischio più grande non è cambiare.

Il rischio più grande è non scegliere.

Aspettare che le cose si sistemino da sole può sembrare prudente. Ma a volte è solo un modo elegante per rimandare il discernimento.

Una Chiesa sinodale, invece, è chiamata a camminare insieme, ascoltare, dialogare, discernere e assumere decisioni nella corresponsabilità. Il Documento finale del Sinodo descrive la sinodalità proprio come ascolto reciproco, dialogo, discernimento comunitario e decisione condivisa.

Questo è il punto.

Non si tratta di inventare una Chiesa diversa dalla sua identità.
Si tratta di chiedersi quale forma concreta deve assumere oggi quella stessa identità.

Una Chiesa più povera di numeri può diventare più ricca di relazioni.
Una Chiesa con meno presenze stabili può diventare più capace di rete.
Una Chiesa con meno preti può riscoprire meglio la corresponsabilità dei laici, dei diaconi, delle famiglie, degli operatori pastorali, delle comunità locali.

Non per sostituire il ministero ordinato.

Ma per non ridurre tutta la vita ecclesiale alla disponibilità del sacerdote.

Il futuro non sarà scritto solo dal numero dei preti.
Sarà scritto dalla qualità delle comunità.

Dalla loro capacità di ascoltare il territorio.
Di leggere i bisogni.
Di non chiudersi nella manutenzione.
Di usare i beni non come peso, ma come possibilità.
Di trasformare spazi vuoti in luoghi abitati dalla prossimità.

Forse la domanda non è più: “Come facciamo a tornare come prima?”

La domanda è più esigente:

Quale Chiesa vogliamo generare, con le forze reali che abbiamo, per il mondo reale che abbiamo davanti?

Questa domanda non va vissuta come minaccia.

Va vissuta come responsabilità.

Perché la Chiesa non è chiamata semplicemente a occupare spazi.
È chiamata ad abitare la storia.

E abitare la storia significa scegliere.
Pensare.
Programmare.
Discernere.
Convertire le forme quando non servono più la vita.

Non per perdere l’anima.

Ma per non tradirla.