I giovani e un nuovo modo di partecipare

I giovani non sono assenti: partecipano in modo selettivo e mobile, quando qualcosa ha senso per loro. Una presenza diversa, meno visibile ma capace di incidere nei momenti che contano.

MISSIONCOUNSELLING DI COMUNITÀ

Alessandro Ghisalberti

5/6/20261 min leggere

C’è una frase che si sente spesso:
“i giovani non ci sono più.”

Non partecipano.
Non si interessano.
Non si espongono.

Ma se guardiamo meglio, non è così semplice.

Forse il punto non è che non ci sono.
Forse il punto è che non stanno dove siamo abituati a cercarli.

Per anni abbiamo pensato la partecipazione come qualcosa di stabile.
Un’appartenenza continua.
Un’identità chiara, riconoscibile, coerente nel tempo.

Si stava dentro.
A lungo.
Sempre.

Negli stessi contesti.
Con le stesse persone.
Spesso con le stesse idee.

Oggi qualcosa è cambiato.

I giovani non spariscono.
Si muovono.

Entrano ed escono.
Osservano.
Scelgono quando esserci.

Non seguono per abitudine.
Non restano per inerzia.

Quando qualcosa li tocca davvero, arrivano.
In modo deciso.
A volte anche inaspettato.

E poi, magari, si ritirano di nuovo.

Questo modo di stare può sembrare fragile.
Discontinuo.
Difficile da leggere.

Ma non è vuoto.

È selettivo.

Non cercano appartenenza a priori.
Cercano senso.

Non vogliono occupare uno spazio.
Vogliono che quello spazio abbia valore.

Per questo non si legano facilmente a strutture fisse.
Non perché non credano.
Ma perché non accettano di credere per abitudine.

Entrano quando riconoscono qualcosa di vero.
Quando percepiscono coerenza.
Quando sentono che la loro presenza conta davvero.

Questo cambia molto.

Perché mette in discussione il nostro modo di pensare la partecipazione.

Non è più una linea continua.
È una presenza che si accende.

Non è meno intensa.
È diversa.

E forse chiede qualcosa anche a noi.

Meno strutture che trattengono.
Più spazi che accolgono.

Meno appartenenze date per scontate.
Più possibilità reali di incidere.

Forse la domanda non è più:
“Perché non ci sono?”

Ma:
“Siamo ancora capaci di riconoscere il modo in cui ci sono?”